Certificati e permessi: 39 volte in fila e 18 mila euro di costi. Il dossier Cna: «Le prime vittime? Gli aspiranti imprenditori. Così si blocca chi ha idee e vuole crescere»

Sessantacinque adempimenti. Ventisei enti coinvolti. Trentanove file (reali o virtuali) da fare. Quasi 18 mila euro di spesa. E tutto solo per aprire un salone di acconciatura. A svelarlo è «Comune che vai, burocrazia che trovi», l’Osservatorio Cna che misura il peso della burocrazia sull’avvio di impresa, alla prima edizione (ma destinato a essere riproposto annualmente). Un’indagine condotta sul campo, in collaborazione con 52 Cna territoriali, in rappresentanza di altrettanti Comuni di cui 50 capoluoghi di provincia.

Le tipologie

«In Italia — ricorda Sergio Silvestrini, segretario generale di Cna —, invece di essere un elemento facilitatore, la burocrazia è un ostacolo potente sulla strada delle imprese che blocca chi ha idee, chi vuole intraprendere, chi vuole crescere e far crescere il Paese. E le prime vittime sono le più indifese: gli aspiranti imprenditori. È una guerra che dobbiamo vincere. Una guerra di liberazione dalla burocrazia che va combattuta ufficio per ufficio, Comune per Comune. Il governo avrebbe le armi per uscirne vittorioso, sapendo che la vittoria vale almeno dieci leggi di Bilancio. Questo è cambiamento. Il cambiamento che trasforma i connotati al Paese». Lo studio prende a esempio cinque tipologie d’impresa: acconciatura, bar, autoriparazione, gelateria, falegnameria. Per ognuna è calcolato in dettaglio il numero di adempimenti, degli enti coinvolti e delle operazioni necessarie all’apertura, oltre al costo totale dell’autorizzazione. Proviamo a testare una delle «avventure imprenditoriali» per capirne la complessità e i costi. A qualcuno ricorderanno le fatiche di Asterix e Obelix alle prese con la cervellotica burocrazia dell’antica Roma per ottenere «il lasciapassare 38A».

Aprire un salone

Per poter aprire un salone di acconciatura è necessario assolvere 65 adempimenti, avere a che fare con 26 enti (con i quali, però, bisogna interfacciarsi per 39 volte complessivamente perché ce ne sono alcuni ai quali ci si deve rivolgere più volte) e spendere quasi 18 mila euro. L’ingarbugliato e faticoso iter si apre con una scia pericolosa come quella chimica: serve infatti la presentazione di una «Scia» (Segnalazione certificata di inizio attività) al Comune dove sarà ubicata fisicamente l’attività. In precedenza, l’aspirante imprenditore deve aver superato un esame teorico-pratico dopo aver svolto tre anni di corso da 1.800 ore di formazione (e 5 mila euro di spesa) e uno stage dalla durata variabile a seconda delle regioni: si va dalle 500 ore richieste nel Lazio alle 1.200 in Lombardia e Sicilia. Per presentare la Scia sono necessari una serie di atti, alcuni obbligatori, altri facoltativi a discrezione dei Comuni. Gli obbligatori possono costare circa 660 euro, i facoltativi (richiesti da un Comune su tre) anche qualche migliaio di euro. A Catania e a Ragusa, a esempio, si chiede anche il certificato di agibilità dei locali, che si ottiene in 60 giorni e costa 1.500 euro. La Scia da consegnare al Suap (Sportello unico per le attività produttive) è gratuita in 18 dei Comuni che hanno partecipato all’indagine, costa meno di 50 euro in 16 Comuni, tra 50 e 100 in altri 10 e addirittura in quattro Comuni (Caserta, Como, Padova e Ragusa) richiede un versamento di oltre 100 euro.

I tempi

I problemi non sono solo monetari. Anche i tempi di esame delle pratiche incidono non poco: «il tempo è denaro» non è solo un proverbio. Tempi che si allungano se si mette di mezzo la famigerata «prassi consolidata». Senza dimenticare che i Suap, in ben 18 Comuni, non sono l’unico interlocutore con il quale bisogna interagire. Nemmeno dopo aver superato tutti questi scogli, però, l’attività può essere finalmente avviata. Se, infatti, l’aspirante imprenditore prevede un consumo di acqua superiore al metro cubo al giorno deve chiedere anche l’Aua (Autorizzazione unica ambientale) che può costare 300 euro, cui vanno aggiunti i costi di consulenza, che possono arrivare fino a mille euro. Infine, sebbene le imprese del settore acconciatura godano di una semplificazione nella documentazione per la gestione dei rifiuti, devono compilare un formulario e iscriversi al Conai.

Ristrutturare un locale

L’avvio di un’attività presume la realizzazione di lavori edilizi per adattare i locali scelti alle esigenze dell’aspirante imprenditore. Talvolta i lavori sono obbligati: è il caso degli interventi per agevolare l’accesso ai disabili. Eppure, l’estrema complessità delle norme in materia edilizia rende spesso difficile perfino comprendere le procedure da seguire. Nel caso di semplici lavori di ristrutturazione interna (senza cambi di destinazione d’uso dei locali o superamento di vincoli particolari) è necessario presentare una Comunicazione inizio lavori asseverata (Cila). Non avendo ancora un interlocutore unico su tutto il territorio nazionale, la Cila va presentata, a seconda dei Comuni, allo Sportello unico per l’edilizia (Sue), che però in molti casi si riduce a una «targa» e impone il coinvolgimento di enti diversi. Oppure tocca rivolgersi alla Sportello unico attività produttive (Suap). I diritti Cila sono gratuiti solo a Livorno, in gran parte costano meno di 100 euro e in sette casi (Ascoli Piceno, Caserta, Catania, Modena, Parma, Pesaro e Roma) li superano, con il picco della Capitale, dove si arriva a 251 euro. Gli adempimenti connessi alla documentazione che va allegata alla Cila sono molteplici. Va assegnato a un professionista l’incarico per la redazione del progetto, la presentazione della Cila, l’attività di direttore dei lavori, la comunicazione di fine lavori e l’aggiornamento del Catasto. Una serie di obblighi burocratici che costano intorno ai 5.500 euro. Ma a questo punto anche Asterix e Obelix si sarebbero arresi.

Fonte: Corriere della Sera di Isidoro Trovato

06/10/2018