A Roma il Tribunale accoglie la tesi dell’Associazione Area 167 e dà ragione a una signora che scopre di aver pagato troppo il suo appartamento costruito su un’area per l’edilizia economica e popolare

Hai una casa a Roma di tua proprietà? Bene – o meglio, male – forse l’hai pagata più di quanto avresti dovuto. La spiacevole notizia piomba sulla Capitale in un periodo critico per Roma, da settimane alle prese con i violenti sgomberi di case occupate (l’ultimo ieri, 3 giugno, di una palazzina a Torre Spaccata, in cui vivevano molte famiglie italiane e straniere in emergenza abitativa) e probabilmente aumenterà la tensione tra amministrazione e comitati per la lotta alla casa.

Mezza Roma quindi vive in case che non valgono quanto effettivamente pagato e tutto ciò avrebbe contribuito a farà aumentare i prezzi delle altre case. A scoprire la magagna, una signora romana, proprietaria di una casa popolare che rientra nella zona della 167. Per 167 si intende “un’area destinata all’edilizia residenziale popolare dal piano regolatore di un comune” definita dalla legge n. 167 del 18 aprile 1962:”Disposizioni per favorire l’acquisizione di aree fabbricabili per l’edilizia economica e popolare”. La legge 167 permise per la prima volta l’espropriazione per pubblica utilità anche per quelli destinati a residenza, stabilendo un’indennità di esproprio inferiore al valore di mercato, fissata al valore che le aree avevano sul mercato due anni prima dell’adozione del piano PEEP (Piano edilizia economica popolare).
Una situazione, quella delle case popolari, comune a più di 150 mila inquilini romani. Compresa questa signora, che si è rivolta alla giustizia. E la giustizia le ha dato ragione, nella sentenza n. 9863/2014 emessa dal Tribunale Civile di Roma. La causa civile verteva sulla seguente possibilità: può un alloggio edificato “su suolo concesso in diritto di superficie Comune di Roma e fruente di ben tre finanziamenti pubblici”, essere commercializzato, “dal primo assegnatario e/o dai suoi aventi causa, senza rispettare il vincolo del prezzo massimo di cessione imposto dalla Convenzione comunale?”.

Le case popolari, infatti, vengono costruite in convenzione, con finanziamenti pubblici, “ma rivendute senza rispettare i vincoli di prezzo massimo perché, a fronte di concessioni si richiedono obblighi sull’edificazione e la commercializzazione”, scrive Cecchino Antonini su Globalist. Sta di fatto che il Tribunale ha accolto l’istanza della signora e dell‘Associazione Area 167, associazione romana che si occupa della tutela dei diritti civili degli inquilini e dei soggetti che versano in condizioni di bisogno alloggiativo. La tesi sostenuta è quella per cui “La funzione sociale di un alloggio costruito su aree espropriate per pubblica utilità non può esaurirsi al momento della prima assegnazione. In altre parole, concedere una sorta di patente speculativa in capo al primo acquirente/assegnatario di un alloggio di edilizia residenziale pubblica, costruito su aree espropriate, non può essere considerato un interesse pubblico”.
Una tesi che va a ribaltare completamente quella impugnata da anni dai  notai romani, “secondo cui gli alloggi costruiti su suoli espropriati ex l. 865/1971 e poi concessi, dallo stesso Comune, in diritto di superficie, nella vigenza della relativa convenzione, non sarebbero sottoposti a nessun vincolo relativo al prezzo massimo di cessione a carico dei primi assegnatari”, e che li ha portati finora a concedere il diritto ai primi assegnatari di tale tipologia di rivendere detti cespiti a prezzo libero di mercato. Appropriandosi di un surplus sul prezzo di vendita della casa – circa 250 mila euro ad alloggio – di gran lunga superiore rispetto al valore previsto dalle relative Convenzioni edificatorie.
Un “privilegio”, afferma Giuseppe Di Piero, presidente di Area 167, “concesso senza neppure richiedere l’obolo previsto dal comma 49-bis dell’art. 31 della Legge 448/1998 introdotto dalla Legge 106/2011 (c.d. Decreto sviluppo 2011) perché tale normativa – nel Comune di Roma – è rimasta inattuata”. A differenza invece di tutti gli altri Comuni d’Italia, dove la normativa viene regolarmente applicata da anni.

Una situazione che lede da una parte il Campidoglio e dall’altra i possessori di case. Se infatti nelle casse del Comune di Roma sono venuti meno circa 500 milioni di euro, relativi all’incasso delle sanzioni e/o degli oneri di eliminazione dei vincoli relativi al prezzo massimo di cessione e di locazione, dall’altra parte si è generata una turbativa di mercato, una distorsione nel mercato immobiliare in una città in cui una casa edificata in una zona 167 viene venduta intorno ai 360 mila euro, un prezzo decisamente poco popolare.

di Angela Iannone
Yahoo Finanza  04/06/2014